Il Cenacolo Letterario e Poetico di San Bonifacio
Enzo Coltro

Enzo Coltro

ENZO COLTRO

Nato a San Bonifacio il 7 gennaio 1938 e morto, sempre a San Bonifacio, il 21 maggio 2015. Laureato presso l’Università di Bologna in Lingue e Letterature Straniere è stato professore di Lingua Francese. L’attenzione letteraria di Enzo Coltro è stata soprattutto verso il mondo popolare e contadino di allora, che tanti studi non aveva fatto, che quando si cimentava a scrivere più in “taliano” che in lingua italiana, scriveva con una comicità genuina e travolgente che ben fotografa la società e la cultura di quell’epoca. Le Lettere di Enzo Coltro ci ricordano inoltre che fino a pochi decenni fa il mezzo di comunicazione era la lettera scritta e inviata tramite posta. Che i soldati in guerra, i giovani del servizio militare di leva, i lavoratori lontani da casa e i fidanzati o gli innamorati si scrivevano. Ha pubblicato i libri: Scrimaci; Ieri anco’ doman; Longo el sentir; Le Letere. Notissimo il suo libro “Cara Gisela. Lettere e poesie” per la sua originale e significativa produzione basata su una ricerca delle parole e dei modi di dire dialettali del nostro territorio, raccontati sempre con una venatura ironica, divertente e genuina.

 

POESIE DIALETTALI

L’albaro su a Campo

Me ricordo sta pianta fora man
indò scominҫia ‘l prà che riva aI bosco…
Gh’era, fracà, un cussin de speranzine
e ‘n’onbra sora l’erba ben rasà,
a inzengalare ci che ghe passava.
S’emo fermai Ià soto, mi e ti,
vardando i monti ‘torno a far corona
e I’ora ne menava i so silenzi.
T’è despicà tre-quatro speranzine,
fasendo su un mazzéto inprofumà…
Ne i oci toi noava un mar de verde,
indò beato a me saria negà.
Ice
I l’à catà in piè
rento te un fosso,
nudo patoco
co do piere in man
ch’el volea farse su
la prima casa…
Atorno,
i useleti i era in festa
e el sol se intambusava
ne i salgàri,
un dì smario dal tempo
senza rechie.
El parea un San Francesco
In povertà,
cressù in t’el verde vivo
de le sgresse,
in mezo al piolar
de mile gnari.
Quan’ i ghe ga tolto i sassi
da le man
a gh’è croà la casa
rento al core,
al so paese…
l’era n’istà
de rocoli ciassosi,
co i girasoi
za curvi fin par tera,
la vita l’era in boio
tuto intorno.
LE LETTERE
Cara Gisela
Ti scrivo questa letara cola freta parchè siamo in tapa di trasferimento e il caporale è qui che ci sidia per meterci ancora il zaino sule spale.
Io non mi ricordo gnanche più come sei fata per la quale ti prego di mandare una fotografia al mio regimento indove viene fuori tuta la facia e anca il resto.
Non mandarmela nebiata perchè volio vederte bene e mostrarti anca ai miei compagni che sofrono con me la lontanansa de la sua morosa cossì ti spartiamo insieme facendo del bene.
Ti ò inchiavata dentro nela mia anima che sarà poca e streta ma che ti sento muovere come se ti avessi dentro una casa. Quando ti ò dato l’ultimo bacio che no era gnanca il primo ò sentito il tuo fiato smissiarsi al mio come se la primavera e i fiori del campo indove erimo si fossero entrati dentro co le vrespe che ronzavano torno e tu avevi paura.
O’ volia di strucarti ancora à -. -, piano parchè tu ai paura di restare in stato teressante e io non volio che prima di sposarci per un strucone tu devi sofrire
le conseguense parchè sai quanta gente sparlaciona cè in paese e dopo fano i conti e sono anca boni di dire che il filio non è mio.
E la dota come va? Ai fato le strapunte che tua nona à il telaro in cucina? E i tuoi frateli vano sempre a governare lè vache sul monte? E i tori funsionano bene?
Ò volia di vedarli tuti e di abraciarli per dire quanto afeto ò per loro che sarano i miei prossimi parenti.
Adesso ti saluto perchè il caporale dice che siamo dei lavativi e di alsare le fiappe da tera parchè dobiamo fare la tapa. Ti bacio streto sula boca anche tuo padre che ci volio bene dilielo.
Quando ci rivedaremo parlerò ciaro cossì ci capiremo melio che cossì in pressia co la freta.
Ti bacio sempre strucandoti sul cuore
il tuo fidansato che ti spasima
Armando