Il Cenacolo Letterario e Poetico di San Bonifacio
Nicola Saccomani

Nicola Saccomani

Nicola Saccomani

 

Nicola Saccomani è nato nel 1965 a San Bonifacio (VR). Dopo un’infanzia e
un’adolescenza socialmente integrate,  alla soglia della maturità scientifica un evento traumatico (il suicidio di una sua compagna di classe, forma d’amore non corrisposta a lungo termine) sconvolge completamente la sua vita e il suo relazionarsi con il mondo. Inizia un percorso difficile e travagliato, durato oltre vent’anni, in cui le molteplici fragilità emergono anche con il devastante incontro con l’alcool. Di quel lungo vivere sono diverse le esperienze, soprattutto artistiche, che lo formano e plasmano nel suo lato sensibile ed emotivo.
Ha collaborato con La Gazzetta di San Bonifacio (fondata da Andrea Zanuso) a cavallo degli anni ottanta e novanta. E’ stato musicista e autore di parole e musica del gruppo di world ante-litteram
Ratatuja, con il quale è riuscito ad andare oltre -Verona (sei anni senza fare tantissimi concerti, auto-producendo due CD e trovandosi tra i dodici scelti per Arezzo Wave del 1997 e 2°su più di 4000 in Scrivi la tua canzone con Musica! di “La Repubblica” e la Fondazione Grinzane Cavour poco dopo). Nei ritagli di tempo, iscritto al corso di laurea in psicologia mai terminato, abbraccia l’esperienza del non-attore di teatro off con i pazienti di Vitorino Andreoli
(5 anni).  N
el 2017 pubblica  la  sua prima ed ultima raccolta intitolata “Scritti Urbani”. Scompare prematuramente a 54 anni nell’ottobre del 2019. Come poeta riteneva di essere attento alle molteplici realtà che lo circondavano inseguendo come un bisogno la conoscenza di se stesso.
Scritti urbani
Padova, Piazza delle Erbe
Un pesce morto mi guarda fisso
e sembra voglia dirmi qualche cosa.
M’avvicino con l’orecchio alla sua bocca,
al suo occhio spalancato.
E tutto intorno è mercato,
è Veneto assolato:
gente che compra, consuma,
‘ombre’ che girano per la testa.
Torno sui miei passi,
torno sui miei passi e li conto,
conto di tornare a casa
anche per questa volta.
La volta che mi stanca
la strada si spalanca
gli alberi si allontanano affilati.
La fretta cede
e s’infila un’opinione,
qui, tra le mie orecchie,
e ne uscirebbe un’onda
se non mi fosse impossibile
in questo momento
aprire gli occhi per vedere.

Colonne d’Ercole

Ho delle colonne d’Ercole da spostare.
Ma sai
il tempo
lo spazio.
Ho delle colonne d’Ercole da spostare
e non so proprio
dove sia giusto collocarle.
Mi spavento, all’idea
della loro funzione limitante.
Ma sai com’è
il tempo
lo spazio.
Le potrei mettere come scarpe
e continuare a muoverle,
camminare avanti
fino alla morte.
E perché non usarle, invece,
per andare indietro nel tempo:
dove altri son già passati,
e re-imparare così
dai quadri della mia passione.
Di quando battevo ostinato
la testa contro un muro
insuperabile per me in quel momento.
E perché non dare un minuto
all’altro famoso dipinto…
che mi ritrae fermo per giorni
all’imbocco di un eventuale mitico bivio:
l’impulso di andare
o il pensiero di stare?
Chiuso in casa per dare spazio,
immobile e paralizzato,
a chissà quale convinzione errata.
Ma sai
il tempo
lo spazio.


C’è un gatto sparso sulla strada

«C’è un gatto sparso sulla strada!».
Urla la bambina raccolta
fuori da scuola
dalla mamma che parcheggia
il carro armato in terza fila.
E che ci posso fare io, creatura mia,
ostaggio inconsapevole
di noi terroristi delle disinformazioni.
Che cosa ti posso raccontare, se
il progresso stacca sulla verità
scombina i tuoi capelli
e il colletto bianco di tuo padre (stirato da chi, poi).
Le nostre impronte sono lì
anche su quel gatto.
Se vuoi,
aggràppati al marciapiede
o… all’autostrada,
o alle grandi chiese!!

 

Rimani

Rimani
nel movimento di quelle tende,
nella grana che si contamina di luce
e forma nuovi ghirigori,
intrecci di trecce fragili,
mucchietti, poi,
di segni d’un tuo codice
che, vivaddio, qualcuno,
un giorno, spazzerà via.
Rimani ti prego,
tra le onde di quei fili di grano,
segnali di stagioni attese
e salutate alla tv,
tra gelidi intonaci
illuminati da finestre
inquadrate su nere ciminiere.
Rimani per me, infine,
a contare fino ad un certo punto
immersa nell’aria condizionata.