PREMIO
NARRATIVA/RACCONTI
1° Premio
Il ritratto di Anna
Hans Holbein, detto “il Giovane”, sedeva davanti al suo cavalletto, dove una tela perfettamente preparata grazie a un’imprimitura con gesso e colla di coniglio, recava, sommariamente abbozzati, i tratti della donna che doveva ritrarre. Se l’era portata dietro dall’Inghilterra quella tela di canapa di venticinque pollici e mezzo per diciannove, in un interminabile viaggio in terra germanica, non confidando appieno sulla possibilità di reperirne di altrettanto perfette nella Vestfalia settentrionale. Le dita nervose continuavano ad amalgamare olio di lino e pigmenti sulla tavolozza, dando vita a grumi pastosi dalle impercettibili sfumature. La dama che gli sedeva dinanzi, pazientemente immobile da un’ora su uno sgabello fornito di cuscino ramage intessuto con fili dorati si chiamava Anna e suo fratello Guglielmo, duca di Cleves, aveva fatto irruzione un paio di volte nella sala con futili scuse per controllare vanamente il progredire dell’opera. Se quella damigella alta, sgraziata e decisamente brutta, sarebbe divenuta o meno la prossima regina d’Inghilterra, convolando a nozze nella scomoda condizione di quarta moglie del suo sovrano, Enrico VIII, sarebbe grandemente dipeso dal ritratto che il monarca lo aveva incaricato di eseguire per valutare la futura sposa prima di impegnarsi ufficialmente con una promessa che non avrebbe potuto in seguito disattendere. Quale principale pittore di corte, era perfettamente preparato a simili compiti. Le trenta sterline annue percepite dalla cancelleria reale potevano implicare viaggi e disagi indicibili, ma il peso che il destino aveva posto sulle sue spalle in quell’occasione lo stava decisamente schiacciando. Per guadagnare ancora qualche minuto, appoggiò la tavolozza e tentò nuovamente di tratteggiare il naso della figura abbozzata. Un naso largo e volgare, culminante in un tubero di pelle lucida, ben poco aristocratico, che con maestria rese del tutto simile al vero, ma poi cancellò, lasciando il vuoto sotto due occhi ravvicinati e bovini che contava di accendere con sapienti tocchi di luce, tragicamente assenti nella realtà.
Era già al terzo giorno dei dieci concessigli per terminare il ritratto e ancora annaspava. Lui che sapeva coniugare magistralmente la tradizione gotica con le nuove tendenze umanistiche si trovava in ambasce davanti a quella figura che non voleva saperne di emergere così come l’avrebbe desiderata. Non era la tecnica a fagli difetto, né l’estro del quale aveva dato prova per mezza Europa. Quando il cancelliere Thomas Cromwell lo aveva convocato in privato, prima della sua partenza, aveva immaginato dovesse affidargli qualche delicata ambasciata da recare in quelle terre lontane. La sua filippica sull’opportunità che si addivenisse all’unione del Re con la ventisettenne sorella del Duca di Cleves, perorata da una sequela di benefici politici e future alleanze, lasciò Hans piuttosto sconcertato e incerto sul ruolo che un pittore di corte potesse avere al riguardo. La sua sensibilità artistica, in casi del genere, gli imponeva di ritrarre al meglio le damigelle immortalate nei suoi lavori, concedendosi piccole licenze per addolcire un sopracciglio o rendere più pieno un labbro dal taglio severo.
Nel momento in cui il potentissimo cancelliere lo congedò, la mano che strinse la sua lo raggelò più dell’allusione che: “…certamente il suo patriottismo avrebbe agevolato ciò che la ragion di Stato imponeva”.
Il viaggio di sei settimane aveva stemperato quell’ambiguità, riacutizzatasi allorché Anna di Cleves era entrata nel salone da ballo del castello di Burgau, dove Hans aveva scelto di dipingere grazie all’ottima luce che filtrava direttamente dalla finestra ogivale esposta a est.
I seni cadenti e l’addome flaccido avrebbero senz’altro disgustato Re Enrico, estremamente esigente in fatto di donne, nonostante l’età ormai avanzata e il pessimo stato fisico.
A quello avrebbe potuto rimediare facilmente senza ricorrere a un colpevole falso ideologico nascondendo le sgradevoli forme sotto un sontuoso abito, arricchito d’oro e velluto morello nei punti critici. I pizzi e il broccato avrebbero velato un impresentabile décolleté e una croce tempestata di zaffiri e rubini avrebbe focalizzato l’attenzione del futuro sposo sulla cospicuità della dote. Ma sulla pelle segnata dal vaiolo, l’incarnato spento e quel naso enorme, occorreva ricorrere a una autentica mistificazione del vero, che nessuna licenza artistica avrebbe potuto giustificare.
Così… eccolo alle corde. Imprigionato tra la scelta di ingannare il suo Re, ritraendo la promessa sposa più desiderabile di quanto fosse in realtà, o deludere le speranze che Cromwell e gli inglesi tutti riponevano nell’alleanza connessa all’unione. In ogni caso sarebbe stato spacciato. In un modo o nell’altro la sua carriera a corte e la sua credibilità avrebbero subito contraccolpi insostenibili.
Tentò ancora di ottenere una tonalità accettabile, ma più simile al vero, mescolando una punta di terra di Siena al rosa perlaceo con cui, nelle sue intenzioni, progettava di rendere invitante l’incarnato della giovane principessa. Non si può chiedere a un unico quadro di decidere le sorti del suo autore, di un matrimonio o di un intero regno! Lo riteneva sommamente ingiusto e dominò a fatica l’impulso di scappare da quella sala, dove gli occhi di tanti alteri dignitari lo squadravano, ansiosi e un po’ allarmati dalla sua titubanza.
Quando non poté procrastinare oltre, fu la paura a decidere.
Con la fedele riproduzione della bruttezza di quella valchiria teutonica forse non sarebbe nemmeno uscito vivo da quella corte. Quindi raccolse di nuovo la scheggia di graffite, tratteggiò un naso regolare, con un accenno di rotondità sulla punta; aumentò appena la distanza tra gli occhi spenti e conferì turgore al mento eliminando l’eccesso di pelle dal sottogola.
Anche così, il disegno restituiva l’immagine dozzinale di una dama anonima, né brutta, né bella; tracciò allora il taglio incerto delle labbra sottili e del prolabio troppo sporgente a causa dell’imperfezione della dentatura sottostante. Verificò il risultato inclinando il busto, alla ricerca della giusta prospettiva. Insoddisfatto, cancellò gli angoli della bocca col mignolo della mano destra, li incurvò leggermente verso l’alto e l’ombra di un sorriso enigmatico apparve come d’incanto su quel viso spento. Di colpo gli occhi si accesero d’indecifrabile mistero e tutta la figura irradiò un’aura di arcana alterità.
Ecco che l’espressione di ottusa placidità traeva da quel sorriso un sentore di languida accondiscendenza, che sapeva avrebbe fatto presa sull’ardore, ormai intiepidito dagli anni e dagli acciacchi, del suo sovrano.
Quel sorriso prometteva serena sottomissione, associata alla discreta complicità che qualsiasi regnante sogna di trovare nella futura sposa. Seppe in quell’istante che sarebbe stato ricordato per un ritratto infedele. Tutta un’onorata carriera immolata sull’altare dell’interesse del proprio paese; nell’opera che mai avrebbe voluto dipingere. Capolavori come il ritratto del Cristo morto, con le sue dimensioni realistiche, gli Ambasciatori e lo spericolato esperimento di deformazione ottica… tutto gettato alle ortiche in soli dieci giorni a causa di quell’unico, sciagurato ritratto. Deglutì, conscio che la decisione era presa. Si aggiustò meglio sullo sgabello, mentre le dame del seguito sbirciavano la figura e si compiacevano della riuscita.Intinse il pennello nella più splendente e delicata sfumatura della sua tavolozza e cominciò a stendere il colore di fondo.
Piero Malagoli (Modena)
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La motivazione del 1° Premio
Il racconto segue il pittore Hans Holbein il Giovane mentre ritrae Anna di Cleves, futura sposa di Enrico VIII. L’autore entra nel mistero della creazione artistica senza concessioni intimistiche, collocando il talento del maestro dentro le necessità della committenza e creando un incantevole equilibrio fra la ricostruzione del tempo storico e dell’ambiente e la necessità, per l’artista, di essere fedele al proprio talento. La tensione interiore dell’artista passa al lettore che apprezza lo sguardo lungo della narrazione dentro i dieci giorni concessi ad Hans Holbein per completare il dipinto e insieme a lui sente come sia necessario percorrere la strada strettissima di una maestria che non si lascia intimidire dal peso di volontà politiche del tutto esterne all’arte ma le abbia nello stesso tempo ben presenti. La scrittura descrive con grande abilità e finezza di linguaggio le attese di un mondo politicamente intricato, concentrate intorno a un unico dipinto, a un’unica donna.
Mariapia Veladiano
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PREMIO POESIA
SIMONE LORICI
1° Premio
A Virginia Woolf, la cui vita terminò nel fiume Ouse il 28 marzo 1941
È il tempo dei saluti e del rimpianto,
del libro lasciato sulla sedia,
della gonna piegata nel cassetto
e di una baia ancora da esplorare.
Questa vita prevede troppe curve
ma un solo senso da seguire,
abbandono questa folle corsa
e m’incammino lenta verso il sole.
Io non ho più il coraggio di soffrire,
io non ho più la forza di nuotare.
Io sono nata per esser sasso
e come sasso riposerò nel fiume.
Luciano Giovannini (Roma)
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Motivazione del 1° Premio
Atto di omaggio a Virginia Woolf, la grande scrittrice inglese che smise di combattere il 28 marzo 1941, abbandonandosi alla corrente del fiume Ouse. Aveva indagato il cuore di tenebra della modernità, i temi del tempo e della sua fuga, della persistenza e dell’estinzione, in romanzi come Al faro e Le onde. La poesia si mette in ascolto della voce di Virginia, ne segue i passi, la cura meticolosa con cui si preparò all’addio, con cui si congedò dal marito Leonard con una lettera di straziante bellezza. Si allude con discrezione al gesto accurato con cui si riempì le tasche di sassi, per riposarsi tra le braccia del Mistero, nel volto volubile delle onde. La poesia segue l’incanto delle sue parole, ne prolunga l’eco, con il rispetto dovuto alle cose grandi e incom-prensibili.
Carlo Bortolozzo
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PREMIO POESIA DIALETTO VENETO
1° Premio
De Note…
De note, quando in cel spunta la luna,
spejàndose nel pozzo o drento ʼl fosso,
mi vào a robar le stele una par una,
jè tiro zo, jè lustro e apena posso
jè porto descondon che no i me veda
a chela Madonina in cào a la via,
che nel so capitel l’è là che spera
che un can ghe vegna dir n’«Ave Maria».
De note, quando in cel sluse la luna,
e ilumina co ʼl ciaro el me paese,
vorìa abrazar le case una par una,
strénzarle tute intorno a le so cese
e ʼna preghiera, urlà co ʼn fil de ozze,
vorìa stanote ʼassarla végner fora:
«Madona, bùteghe un ocio su ʼste case,
méteghe ʼna man su copi e tenla sora».
De note, quando in cel guardo la luna,
son qua… a impastrociar la mente co le fole,
a ritajar ʼna s-cianta de fortuna,
a scrimaciar ʼsti foj de parole.
Ma quando a l’alba i sogni i se spampina,
portè lontan dal vento come foje,
pian pian ritorna tuto come prima,
el sol el sbusa fora e la note more.
Fabrizio Pagliarini (Bonavicina -VR)
Copyright (©)
La motivazione del 1° Premio
La poesia ha un buon ritmo che dà qualità al tema trattato, l’effetto della notte sul poeta. La notte, al sorgere della luna, invita a “robar” le stelle per portarle di nascosto al capitello di una Madonna “in cao a la via” e abbracciare le case del paese. La luna e le stelle illuminano le case e suggeriscono la protezione della Vergine. La notte, accompagnata dai sogni, fa nascere favole che si mescolano al sonno del poeta, fino all’alba.”
Guariente Guarienti
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